Tiresia ha visto tutto: uomo e donna, mortale e immortale, cieco e profeta. Una figura sospesa tra identità e visioni che oggi torna a vivere in una produzione teatrale europea capace di unire tre città, tre lingue e tre palcoscenici contemporaneamente.
Dopo le prove aperte ospitate il 20 maggio nella Sala dei 146 dell’Università IULM, Tiresias Never Made It to New York ha avuto il debutto ufficiale il 28 e 29 maggio al Salone Pacta di Milano, in contemporanea con Berlino e Avignone. Lo spettacolo approderà poi il 22 e 23 luglio 2026 alla Sezione Off del Festival di Avignone.
La produzione nasce all’interno del progetto europeo Creative Europe Tra-NET – (Trans)National European Theatre: audiovisual tools and simultaneous interpreting for the internationalisation of theatre production and consumption e coinvolge Pacta.dei Teatri (Milano), Multicultural City (Berlino) e Les Rencontres du Chapeau Rouge (Avignone), partner di Università IULM nel progetto.
Il ruolo di IULM nel progetto europeo
All’interno di Tra-NET, IULM svolge un ruolo centrale sia sul piano tecnologico sia su quello linguistico. L’Ateneo coordina infatti tutte le attività di traduzione e interpretazione e cura il supporto tecnico per lo streaming live che collega simultaneamente i tre palcoscenici europei.
La produzione audiovisiva e la regia tecnica dello streaming sono affidate al team video IULM, mentre la dimensione multilingue dello spettacolo viene resa accessibile attraverso sovratitoli dal vivo realizzati da Donatella Codonesu e Mara Logaldo insieme alle studentesse del corso di laurea magistrale in Traduzione specialistica e interpretariato di conferenza Arina Khamatdinova, Agnese Pegoraro, Jennifer Ritucci e Giorgia Tesini.
In occasione della conferenza internazionale CIUTI ospitata in IULM nella stessa settimana, i sovratitoli sono stati realizzati in lingua inglese per favorire la partecipazione del pubblico internazionale.
Uno spettacolo teatrale senza confini
Tiresias Never Made It to New York sperimenta un formato performativo innovativo: ciascuna compagnia recita dal vivo nel proprio teatro mentre le altre partecipano simultaneamente in streaming, creando uno spazio scenico condiviso che supera i confini geografici.
Al centro della narrazione vi è Tiresia, il celebre indovino della mitologia greca che ha vissuto sia come uomo sia come donna. Una figura che diventa il filo conduttore tra le tre città e le tre lingue della performance: un’unica coscienza frammentata in corpi, spazi e culture differenti.
Lo spettacolo, liberamente ispirato a The Waste Land di T.S. Eliot, fa parte della seconda edizione del Clashing Classics Festival, che nella sua prima edizione aveva portato in scena classici europei di Pirandello, Fassbinder e Marivaux.
L'intervista alla professoressa Mara Logaldo
Tiresias
Never Made It to New York rompe i confini tradizionali del teatro fondendo
simultaneamente tre palcoscenici (Milano, Avignone e Berlino) in un'unica opera
multilingue e transnazionale. Dal punto di vista della traduzione, quali sfide
specifiche comporta lavorare su una drammaturgia condivisa che vive "nella
distanza" – grazie alla tecnologia dello streaming – e si esprime in tempo reale attraverso lingue
diverse?
Dal punto
di vista della traduzione, un progetto come Tiresias Never Made It to New York sposta radicalmente il problema dal semplice passaggio tra lingue alla
gestione di una compresenza performativa di codici linguistici e culturali, in
cui distanza, simultaneità e tecnologia ridefiniscono il ruolo stesso del
traduttore.
Per
comprendere la portata di questo cambiamento, è utile partire da ciò che
normalmente resta invisibile nel lavoro di traduzione audiovisiva (TAV). Guardiamo
ogni giorno film sottotitolati o doppiati, assistiamo a spettacoli teatrali e
operistici con sovratitoli, ma raramente siamo consapevoli che quei testi sono
il risultato di un processo estremamente complesso. La TAV deve infatti
confrontarsi non solo con vincoli linguistici e culturali, ma anche con precise
condizioni tecniche e formali: tempo, spazio, leggibilità, sincronizzazione con
l’immagine e con la voce. I sottotitoli, per esempio, si basano su file
temporizzati (.srt) regolati da time code; il doppiaggio utilizza copioni
ricchi di indicazioni su pause, fiati, campo e fuori campo, che li avvicinano a
vere e proprie partiture. Anche i sovratitoli teatrali che appaiono su schermi
posti sullo sfondo o ai lati del palcoscenico hanno sviluppato nel tempo
formati sempre più sofisticati: dalle slide proiettate si è passati a sistemi
digitali fondati su stringhe di testo organizzate in file (spesso Excel) e
attivate in scena attraverso software dedicati.
In un
progetto come Tiresias, tuttavia, queste difficoltà vengono moltiplicate
in modo esponenziale. Non si tratta più di adattare un testo per un unico
pubblico, ma di coordinare una drammaturgia condivisa che prende vita
simultaneamente in tre teatri e in più lingue. Concretamente, questo significa
lavorare su un file strutturato in quattro colonne — tedesco, inglese, italiano
e francese — con circa mille sovratitoli per lingua, per un totale di
quattromila segmenti, da gestire in tempo reale. Ogni inserimento deve essere
calibrato tenendo conto non solo del ritmo della scena, ma anche dei continui
passaggi tra lingue e tra spazi performativi diversi, con l’obiettivo di
garantire una fruizione simultanea e coerente per pubblici geograficamente
distanti.
Un
sistema di tale complessità richiede una stretta collaborazione con i team
tecnici di video, audio e streaming. I cambi di lingua e di scena devono essere
segnalati con precisione per permettere il corretto posizionamento dei
sovratitoli in relazione alle immagini trasmesse da un teatro all’altro. Per
sostenere questo lavoro e per coordinare le diverse regie e i diversi flussi, abbiamo
dovuto realizzare insieme dei copioni pluriprospettici: dal punto di vista di
Milano, Berlino e Avignone. Durante le prove e le rappresentazioni il traduttore non ha operato a distanza, ma è entrato pienamente
nel dispositivo scenico. È stato presente accanto alle consolle tecniche,
ascoltando gli attori e inviando in diretta i sovratitoli nei tre teatri,
seguendo il ritmo della recitazione e adattandosi agli imprevisti. A teatro non
esiste la protezione di un time code predefinito: se una battuta viene
dimenticata o improvvisata occorre passare manualmente al sovratitolo
successivo o arrendersi azionando la modalità blank. Ogni intervento è situato,
immediato, irreversibile. È in questa dimensione che la traduzione si
trasforma: da operazione preparatoria e invisibile diventa atto performativo,
inscritto nell’hic et nunc della scena. Non è più soltanto un testo da
produrre, ma un evento da eseguire, in cui precisione tecnica, ascolto e
reattività si intrecciano continuamente.
In questo spettacolo l'accessibilità linguistica è affidata a sovratitoli live curati da lei e dalla dottoressa Codonesu, ma realizzati con la collaborazione diretta di studentesse della Laurea Magistrale in Traduzione specialistica e
interpretariato di conferenza. Come si è strutturato questo percorso formativo 'sul campo' e qual è il valore didattico per gli studenti nel confrontarsi con i ritmi serrati, gli imprevisti e le responsabilità di una produzione teatrale dal vivo così complessa?
La collaborazione con le studentesse e gli studenti della laurea magistrale in Traduzione specialistica e interpretariato di conferenza (oggi Traduzione, interpretariato e comunicazione digitale) è iniziata nel 2025. Tiresias Never Made It to New York si inserisce infatti nella seconda edizione del festival Clashing Classics, che nel suo primo anno aveva già proposto, dal vivo e in live streaming nei tre teatri coinvolti, opere di Fassbinder, Pirandello e Marivaux — quest’ultima in un adattamento settecentesco dell’attrice inglese Catherine Clive. Le registrazioni, sottotitolate in tutte le lingue, sono ancora disponibili su https://tra-net.eu/.
Il progetto formativo si è sviluppato parallelamente alla produzione artistica, rivelandosi particolarmente stimolante. Nel 2024‑2025 abbiamo avviato, all’interno del corso di Traduzione audiovisiva, una sessione di training online dedicata alla specificità della sovratitolazione teatrale rispetto alla sottotitolazione cinetelevisiva, alla quale hanno partecipato anche studenti di Avignone e artisti di Berlino. Oltre alle differenze già menzionate, sono state illustrate le principali variazioni nel workflow. Nel contesto teatrale, infatti, la traduzione è strettamente vincolata al testo: le registe tedesca e francese hanno insistito affinché i sovratitoli rispettassero fedelmente il copione, a differenza di quanto avviene nell’adattamento cinematografico.
Anche se è stata fornita una versione in inglese "di servizio", non si è fatto ricorso a una traduzione "ponte" (pivot translation) in inglese, pratica invece comune in ambito cinetelevisivo. Abbiamo quindi lavorato direttamente sul copione multilingue. Il primo passaggio è stato estrarre da copione, completo di indicazioni sceniche e note di regia, le sole battute e organizzarle in una tabella, alla quale sono state aggiunte quattro colonne per le traduzioni nelle diverse lingue. A fronte di un originale in tedesco, inglese, francese o italiano, si producevano le versioni nelle altre lingue. Nella traduzione e revisione si è tenuto conto delle competenze linguistiche delle studentesse: per esempio, per le battute in tedesco ci siamo avvalse della collaborazione di una studentessa madrelingua che sta svolgendo il programma Erasmus+.
È importante sottolineare che ogni modifica del copione comporta un immediato adeguamento della traduzione. Il lavoro si svolge quindi in costante dialogo con le registe e in parallelo con lo sviluppo della produzione, richiedendo una continua condivisione delle scelte. I sovratitoli vengono revisionati fino alle fasi finali, seguendo le prove e annotando ritmo, pause e respiro degli attori. In teatro, infatti, anticipare una battuta può avere conseguenze più critiche di una lieve asincronia nei sottotitoli cinematografici; allo stesso tempo, si registrano le modifiche che regia e interpreti introducono durante le prove.
A differenza dei sottotitoli, che appartengono alla fase di post-produzione e si applicano a un prodotto finito, i sovratitoli teatrali nascono e si evolvono insieme allo spettacolo, rimanendo in continua trasformazione. Nel caso di Tiresias Never Made It to New York, il lavoro proseguirà fino alla messa in scena finale al Festival di Avignone, senza mai giungere a una forma definitiva. Solo con la registrazione e la pubblicazione sul sito di Tra‑NET, accompagnata dai sottotitoli nelle diverse lingue, il testo si stabilizzerà — ma soltanto nella sua versione su schermo.
Il personaggio di Tiresia unisce le tre città manifestandosi in tre corpi e tre mondi diversi. Oltre alle competenze tecniche di traduzione, un progetto di questo livello richiede una forte sensibilità interculturale. In che modo un'esperienza così immersiva e transnazionale contribuisce a formare i futuri professionisti della mediazione linguistica che accogliamo in IULM?
Tiresia è una figura straordinaria che racchiude in sé molti aspetti della traduzione e della mediazione interculturale. Tiresia traduce la volontà degli dèi in parole comprensibili agli uomini; allo stesso modo, il traduttore trasferisce significati da una lingua e cultura a un’altra, sapendo che ogni passaggio implica inevitabilmente una trasformazione. Tiresia non si limita a riferire il messaggio divino, ma lo interpreta, assumendosi la responsabilità etica di renderne il senso. La parola di Tiresia è spesso ambigua, talvolta rifiutata o fraintesa, e lo espone a tensioni e conflitti. Anche il traduttore opera in una zona di rischio: la sua funzione di mediatore lo espone a una costante precarietà interpretativa. Come il traduttore, anche Tiresia opera in una condizione di rischio e vive una condizione liminale: è al tempo stesso umano e partecipe del sapere divino, uomo e donna, cieco e veggente. Analogamente, il traduttore abita uno spazio intermedio tra lingue e culture. La sua identità è costitutivamente ibrida, definita da una continua oscillazione tra sistemi semiotici diversi. La cecità di Tiresia è compensata da una visione superiore; il suo limite diventa fonte di conoscenza. Anche il traduttore condivide un paradosso simile: spesso invisibile come soggetto (nel senso che attribuisce all’invisibilità Laurence Venuti in The Translator’s Invisibility), possiede però una capacità di lettura profonda che gli consente di cogliere sfumature e implicazioni altrimenti impercettibili. Tiresia attraversa il tempo, conoscendo il futuro e parlando nel presente. Il traduttore opera su un asse temporale analogo: porta nel presente della lingua d’arrivo un testo spesso radicato nel passato, riattualizzandolo. In entrambi i casi, la parola diventa il luogo in cui tempi diversi si incontrano e si trasformano. Il traduttore, come Tiresia, parla una lingua che non gli appartiene pienamente: è il luogo in cui le voci si attraversano e si trasformano, dove ogni comprensione nasce da una perdita. Non solo nella dimensione dello spazio, che qui è incarnata dalle tre città - Berlino, Avignone, Milano - e dai tre palcoscenici diversi, ma anche nella dimensione del tempo: Tiresia parla nel presente ma conosce anche passato e futuro e, infatti, qui la scena francese incarna il passato, quella tedesca il presente, quella italiana il futuro. Il traduttore assomiglia non solo a Tiresia ma anche alla definizione che T.S. Eliot dà del poeta come "medium" della tradizione. In T. S. Eliot, infatti, il poeta non è un soggetto originario né pienamente individuale, ma un punto di convergenza in cui voci, tempi e testi si incontrano, si modificano e si rifrangono.
Per maggiori informazioni sul progetto:
Tra‑NET Project