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Si era detto fine della censura?

Cinema - 08 ottobre 2021

Il regista Stefano Mordini, ex docente IULM di sceneggiatura, ha commentato per noi il divieto ai minori di 18 anni del suo film La scuola cattolica.

Solo pochi mesi fa in questa pagina, dopo l'annuncio della tanto agognata fine della censura cinematografica, ci permettevamo di sollevare qualche dubbio sull'effettiva efficacia di questo sbandierato provvedimento. Non di censura - è vero - si tratta in questo caso, ma di un provvedimento restrittivo: il film di Stefano Mordini, La scuola cattolica, non potrà essere visto al cinema dai minori di 18 anni. Il film rievoca, sulla scorta del romanzo omonimo di Edoardo Albinati, un caso di cronaca che sconvolse il nostro Paese nel settembre del 1975: il "delitto del Circeo". Tre ragazzi della Roma-bene violentarono e massacrarono due ragazze: Rosaria Lopez, di 19 anni, che perse la vita, e la diciassettenne Donatella Colasanti che si salvò fingendosi morta. Mordini, che è stato anche docente di sceneggiatura in IULM, ha tratto dal libro di Albinati un film (presentato alla recente Mostra di Venezia) che ora incappa nel divieto che tanto sta facendo discutere. Abbiamo raggiunto telefonicamente Stefano Mordini che ha commentato il provvedimento.

La sua prima considerazione entra nel merito della realizzazione stessa di un film. Dice Mordini: «Il mio film ha aperto una discussione che forse qualcuno attendeva nel mondo dello spettacolo. Il discorso ha ovviamente delle ripercussioni a livello economico, perché un divieto ai minori di 18 anni significa la perdita di valore di un prodotto. Il che potrebbe provocare a monte una forma di autocensura, nel senso che potrebbe divenire difficoltoso trovare i finanziamenti per un’opera che tratti un tema forte, come quello del delitto del Circeo». Il timore del regista è dunque che possa divenire sempre più difficile trovare produttori disposti a finanziare film che possano occuparsi di temi "scomodi", mettendo in atto quella sorta di censura di mercato di cui paventavamo in quell'articolo dello scorso aprile a cui facevamo riferimento. Ma, ovviamente consapevole di quanto siano accessibili oggi, soprattutto ai giovani e giovanissimi, più avvezzi a certe tecnologie, risorse alternative per la visione dei film, Mordini sottolinea: «Se un ragazzo al cinema non può vedere certe cose le va a vedere in streaming. Questo divieto cade in un momento particolare in cui, dopo un anno e mezzo di pandemia, il pubblico si è per forza di cose abituato allo streaming e a un certo tipo di fruizione del messaggio. Se tu gli impedisci di andare al cinema lo perdi completamente. Paradossalmente oggi a casa mi è permesso di vedere una cosa che fuori è vietata, al contrario di un tempo in cui ciò che era vietato a casa si poteva trovare fuori. Si è invertito il meccanismo del confronto».

Il divieto ai minori di 18 anni è stato comminato dalla commissione di revisione con questa motivazione: «Il film presenta una narrazione filmica che ha come suo punto centrale la sostanziale equiparazione della vittima e del carnefice. In particolare, i protagonisti della vicenda pur partendo da situazioni sociali diverse, finiscono per apparire tutti incapaci di comprendere la situazione in cui si trovano coinvolti». Si tratta, insomma, di un giudizio etico, morale sul film. Ecco il commento del regista in proposito: «Quando un tempo la censura chiedeva, per esempio, di eliminare le scene di nudo, il regista e il produttore potevano scegliere e decidere se tagliarle o se mantenerle e di conseguenza avere il divieto ai minori di 18 anni. Nel mio caso questa revisione mette in discussione il film stesso. Allora, un paradosso: meglio la censura! Secondo le motivazioni che sono state date per il mio film, non c’è una soluzione: dovrei fare un film diverso!»

La vicenda assume toni grotteschi, ma al contempo allarmanti, in quanto la stessa commissione, resasi probabilmente conto dell'insostenibilità del suo giudizio, ha rettificato le motivazioni, arrivando a giudicare le scelte stilistiche dell'autore. Così riassume le motivazioni lo stesso Mordini: «le immagini generano una tensione emotiva insopportabile e quindi destabilizzano lo spettatore. Nel mio film la violenza fisica è fuori campo, ma quella psicologica viene sanzionata.» È evidente che ci troviamo di fronte a una questione delicatissima: a essere messo in discussione è addirittura il "modo" in cui Mordini racconta quella vicenda terribile, la sua capacità di far provare disagio allo spettatore. Il paradosso, come ironizza lo stesso regista, è che la commissione lo accusa di essere bravo...

«Il mio film - continua Mordini - è stato pensato non per spettacolarizzare la violenza, che resta fuori campo, ma per portare un messaggio al pubblico più ampio possibile. Il film è stato fatto oggi, in un periodo in cui la violenza del maschile sul femminile si compie ogni giorno: come puoi vietare alle ragazzine, che sono spesso le vittime di quella violenza, il confronto con certi meccanismi che possono ripetersi? Come fai a vietare a una ragazza, che magari non ha paura, un film che forse può farle provare paura e quindi può aiutarla a prendere coscienza e a cercare una forma di protezione? L’universo maschile esce distrutto da questo film: forse anche per questo motivo il film dà fastidio