Il cacao è connesso a diverse danze rituali ancor oggi presenti nei territori corrispondenti all’antica Mesoamerica. In particolare, in Tabasco, nel Messico sud-orientale, varie danze rituali scandiscono momenti significativi del calendario religioso e agricolo delle comunità maya chontal e chol. Si tratta di manifestazioni culturali dal forte valore comunitario, rielaborate in alcuni casi tra XIX e XX secolo, che incorporano però una stratificazione di elementi simbolici e religiosi di antica sedimentazione: sia di matrice preispanica, sia frutto delle esperienze di evangelizzazione. Tradizioni che sopravvivono anche in questo XXI secolo segnato da rapidi mutamenti del contesto sociale, religioso e culturale regionale.
In particolare, nel mondo yokot’an (chontal) delle pianure alluvionali tabasqueñe, connotato da un’antica tradizione di popoli agricoltori e pescatori (ma in passato anche guerrieri e commercianti della regione nota come Putunchán), esiste un ricco patrimonio di danze rituali.
Tra queste, la danza del Baila viejo, che ha il suo cuore nelle comunità di Nacajuca ma che si ritrova anche nella regione dei pantani di Centla, a Macuspana e Jonuta, elabora una cerimonia penitenziale sotto forma di offertorio caratterizzata da una stretta connessione al cibo sacrale (il cacao, il mais, il pozol). L’origine della danza rimanda a un mito cosmogonico e fondativo che racconta di un gruppo di uomini che cercano di portare offerte di cibo e danze a quattro anziani dèi scesi sulla terra. Dopo vari tentativi fallimentari ed essere stati ignorati per giorni, gli uomini cercano di attirare l’attenzione delle divinità, imitandone il movimento e la gestualità, coprendosi il viso con maschere divine. Il processo continua fino a quando gli dèi si decideranno a concedere la parola agli uomini, riordinando il mondo.
La danza che oggi generalmente si compie per la Semana Santa o il 15 luglio a Tapozingo per la Virgen del Carmen, il 14 agosto a Tecoluta per la Virgen de la Asunción o alla Vigilia di Natale a Guaytalpa, si svolge normalmente all’interno della parrocchia di fronte all’altare. La danza viene eseguita da quattro anziani danzanti con maschere lignee e capelli di fibra di henequén, che impugnano un sonaglio e un rudimentale ventaglio. Il primo simboleggia, attraverso il suono cadenzato, l’accompagnamento del divino all’umano (che imparano a camminare armonicamente), il secondo allontana il male e offre un gesto di pietà e perdono che aiuta a riordinare il mondo. Il tutto è accompagnato da musici che suonano il tunkul (una sorta di tamburo di legno, anticamente tamburo di guerra), flauti e conchiglie. Il movimento e il ritmo lenta di danza e musica ricorda quello delle donne che macinano mais e cacao con il metate. Un suono del cibo sacro che nasce dalla fusione di questi due elementi, il pozol che diventa l’offerta centrale della festa rituale: dapprima per i santi, il Señor de Tila e la Vergine, poi per il consumo comunitario.
Il cacao è connesso anche alla Danza del Caballito blanco, che ha la sua origine nel villaggio yokot’an (chontal) di Tamulté de las Sabanas. Questo rituale, dal XVIII secolo associato alla festa del patrono San Francesco di Assisi (che dura dal 25 settembre al 5 ottobre), rappresenta una metafora della conquista spagnola ma racchiude anche una serie di altri elementi simbolici. La danza si sviluppa come una sorta di duello tra il dio Kantepec e un Dio/uomo spagnolo a cavallo. Kantepec, dio protettore di Tamulté (che in yokot’an significa “luogo dai molti alberi”), è una divinità che scaturisce da un albero (una grande ceiba che protegge fusti di cacao) in uno spazio silvestre sacrale chiamato Nukynik. Qui si celebrava la festa del mais tenero e si chiedeva permesso al dio per procedere con la raccolta. Il mais viene poi elaborato con il cacao per preparare il pozol. La tradizione rimanda anche al culto degli alberi parlanti di ancestrale derivazione maya. Accompagnati dai musici, tamborilleros e suonatori di música de
viento (anticamente conchiglie e flauti ma oggi anche saxofoni e trombe), i due danzatori raffigurano il dio con una maschera di legno e lunghi capelli di henequén e lo spagnolo, collocato dentro la struttura di un cavallo di legno e tessuto bianco. I due danzanti dapprima si presentano, poi si sfidano con movimenti rituali e, infine, si lanciano in un vero e proprio duello che, secondo alcuni cronisti, dovrebbe richiamare la battaglia di Centla del 14 marzo 1519: il primo scontro tra l’esercito di Hernán Cortés e i guerrieri chontal del signore Taabscoob.
Metafora suprema del sincretismo chontal e del necessario equilibrio tra i mondi contrapposti la danza si connette al cacao sia per le origini di Kantepec sia per le offerte rituali di pozol e il consumo comunitario. Questo tipo di legami rituali si ritrovano anche nella danza del Caballo gigante di Tecoluta, nella danza del David y Goliat di Cúlico e, in termini più direttamente legati alle esperienze del teatro evangelizzatore del XVII secolo e del teatro campesino del XX, nella danza chol del Tigre di Puxcatán.
J. Aguilar Velásquez, El Baila
Viejo, Editorial Ocasan, México 2000; M. A. Rubio, La morada de los
santos. Expresiones del culto religioso en el sur de Veracruz y Tabasco, INI, México 1995, J.M. Flores López, Los Chontales de Tabasco, CDI, México 2006, Collección Danza y música tradicionales de Tabasco, Secretaría de cultura, Villahermosa 2009-2012.