facebook

Un tour nella Milano del 2030

12 novembre 2020

Siamo nella Milano del 2030: qual è il nuovo aspetto della città? Com’è cambiata la moda?

In un editoriale pubblicato su Il Bullone, Mauro Ferraresi, Professore IULM e Coordinatore del Corso di Laurea Triennale in Moda e Industrie Creative, ci accompagna in un tour della Milano del 2030, dove la moda e la città cambiano aspetto.

Ferraresi sottolinea che “Il Covid-19 è stato, tra le altre cose, un tremendo acceleratore digitale. Il virus ci ha insegnato che il mondo può andare economicamente avanti anche in modo diverso. Il digitale più che aumentare o diminuire i posti di lavoro, ha mutato i nostri compiti, ci ha fatto fare cose differenti, ci ha gettato in una società diversa, con meno mobilità e più smart working; una società iperconnessa.”. Come successo durante la Belle Époque, che si è infranta contro la Prima guerra mondiale e, quando il conflitto è terminato, il mondo intero si è ritrovato a vivere in una società nuova.

Nei due anni di pandemia, dal 2020 al 2022, Milano si è trasformata e i milanesi sono così approdati in una metropoli in cui si vive differentemente.

Tra i tanti cambiamenti di Milano, la moda e il design sono rimasti la vocazione della città.
“La moda aveva assolutamente bisogno di cambiare e di inserirsi nella macrotendenza della sostenibilità e Milano in questo senso, quale capitale mondiale della moda assieme a Parigi, New York, Londra, Tokyo, non poteva esimersi. Il punto di svolta c’è stato e come spesso accade è stato tragico, e risale all’incidente di Savar nel Bangladesh, quando ci fu il crollo del Rana Plaza, un enorme edificio dove più di mille e cento persone stavano cucendo, tagliando e tessendo abiti, maglioni, pantaloni per le griffe occidentali. Morirono tutti nel crollo di quel palazzo che era pericolante e che non doveva assolutamente accogliere dei lavoranti.”

Ferraresi ci spiega, dunque, che la tragedia è servita al mondo della moda per guardarsi dentro  e cercare di mutare alcuni comportamenti: ci si è resi conto che la sostenibilità non può essere solo green, ma deve essere anche sociale, unendo al tema dell’inquinamento anche quello dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Si è compreso, ad esempio, che le fashion week funzionano anche in remoto e che non è necessario accelerare i ritmi della moda producendo nuove collezioni ogni due settimane, aumentando così l’invenduto con i vestiti in rimanenza, che devono poi essere bruciati.

In questo quadro, si è inserito il bisogno di formare giovani in grado di interpretare correttamente le nuove tendenze, così sono fioriti, dopo la pandemia, nuovi corsi di laurea dedicati alla moda e alle industrie creative.

Clicca  qui per leggere l’articolo completo.

Illustrazione: Chiara Dal Maso