Barona Memoria

“Borgo rurale” al dì fuori delle mura spagnole, facente parte un tempo dei Corpi Santi e annesso al comune di Milano nel 1873, la Barona è oggi simbolo di una metropoli in divenire in cui cultura e aggregazione sociale sono parole d’ordine, partendo proprio dal campus dell’Università IULM.

Attraverso il progetto didattico e di ricerca BaronaMemoria, promosso dal Dipartimento di Studi Umanistici, si è scelto di indagare le modalità di costruzione di una memoria condivisa della Barona secondo un asse spaziale - il quartiere; la città; il paese d’origine - e un asse temporale - passato; presente; futuro.

Nella prima fase del progetto, attualmente in corso, la raccolta di foto, materiali e interviste video si propone da un lato di ricostruire il passato del quartiere - necessario per i nuovi cittadini, futuri detentori di quella memoria storica e creatori di una nuova memoria - e dall'altro di raccontarne il presente e i mutamenti in atto. La perlustrazione del territorio e dei suoi luoghi-simbolo, unita al dialogo con gli abitanti del quartiere messo in atto da studenti e ricercatori ne indaga i cambiamenti dal punto di vista dei cittadini, delle Istituzioni e delle Associazioni territoriali, coinvolgendo questi attori sociali nella ricodificazione dello stesso attraverso l’ascolto delle loro storie e delle loro esigenze.

Con le testimonianze raccolte – pubblicate in una seconda fase del progetto su una piattaforma online - si svela una Barona “a colori” che ha mutato ed allo stesso tempo conservato diversi volti, spesso tra loro in contrasto. Un quartiere che è al contempo resistenza rurale ed immagine emblematica della resa alla città in espansione. È coesione culturale e disgregazione generazionale. È zona di confine, talvolta pericolosa e degradata, ma anche prezioso laboratorio di inedite sperimentazioni socio-culturali. È il bisogno che preme ed insieme la sincera e comune volontà di soddisfarlo.

Ma a ben guardare, un filo rosso cuce tra loro le diverse toppe che ne costituiscono il tessuto sociale. A suggerirlo è chi il quartiere lo vive ogni giorno, chi lo abita da una vita intera e chi invece vi si è da poco trasferito, chi ci lavora, come artigiano o come insegnate, come parroco, bibliotecario, psicologo o venditore ambulante e chi, vestendo panni istituzionali, mette a servizio le proprie energie per favorirne lo sviluppo. Sulla scalinata del Barrio’s, davanti a murales psichedelici, Amine, 18enne disoccupato di origini marocchine, racconta dei pomeriggi trascorsi con la sua compagnia ascoltando il rap e, poi, delle retate, delle zuffe, della droga. Lì a pochi passi è Don Francesco a raccontare, al sole nel giardinetto dietro la parrocchia di Santa Bernadetta, del suo impegno con i giovani della Barona, delle numerose associazioni territoriali, di quanto fatto finora e di quanto ancora rimane da fare, almeno per evitare che la forbice tra centro e periferia s’allarghi irrimediabilmente. Dalla sala riunioni del Barrio’s, pioniere e veterano, Mario Lenelli conferma ogni parola, tracciando quel filo rosso che accomuna i ragazzini del dopo-scuola, i tanti giovani in cerca di un mestiere, le donne straniere che partecipano ai corsi di cucito. Poco più in là, in Piazza Donne Partigiane, l’assessore alle politiche welfare Rita Barbieri non nasconde le zone d’ombra del suo quartiere, ma nemmeno i numerosi aspetti positivi. C’è tanto verde, il Villaggio Barona, i giardini pubblici con la fontana di Mitoraj, i campi che s’estendono a sud. Gli stessi che fino a 40 anni prima ne circondavano le vie. Se lo ricorda molto bene Carlo, arrivato negli anni Sessanta da Terni per iniziare qui una nuova vita. Ma nel 2019 i migranti non arrivano più dal Sud Italia: l’immigrazione adesso è più che mai forestiera, ha una religione diversa e, soprattutto, la pelle di un altro colore. Per i giovani è più facile accettarlo, per gli anziani meno. Eppure, esattamente com’è stato per Franco, oggi 75enne, chi ancora arriva a Milano dorme per strada sperando di ottenere una delle case popolari della “Barona moderna”. Un cambiare tutto per non cambiare niente? Sul filo della memoria, la domanda si fa più insistente: quale può esserne il futuro? La risposta è forse nel senso di appartenenza espresso dai suoi abitanti, nella volontà di aggiustare ciò che non funziona, di farsi partecipi e promotori di questo cambiamento.