Il Muretto di MIlano

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Fotografie di Marta Biuso

IL MURETTO DI MILANO 

In zona San Babila, precisamente in Largo Corsia dei Servi, si trova il Muretto di Milano: il tempio del freestyle italiano. Uno spicchio di cemento che resiste a fianco del salotto buono di Milano, tra vetrine del lusso e tende dei senzatetto – e che vive seguendo le proprie regole.

Ogni mercoledì sera, il rito si ripete. Si riuniscono qui ragazzi provenienti da tutta la città e da ogni parte d'Italia, accomunati dall'amore per l'Hip Hop e dalla voglia di sfidarsi a suon di rime durante le battle di freestyle. Artisti come la Dogo Gang, Fedez, Emis Killa, Ensi e Lazza hanno frequentato questo luogo storico, costruendo proprio qui la propria identità artistica e animando le notti milanesi.

Le origini del Muretto affondano negli anni Ottanta. Se oggi sono il rap e il freestyle a rappresentarne l'anima più visibile, un tempo, prima che la pavimentazione del porticato interno venisse punteggiata di borchie in ottone, anche la breakdance era ampiamente praticata. Il luogo si è evoluto nel tempo, ma ha mantenuto intatta la propria essenza: uno spazio di espressione libera e autentica.


Una sera al Muretto

È proprio qui, un mercoledì sera, che arriva un gruppo insolito: una madre con un gruppo di adolescenti romani (perfetti rappresentanti della Gen Z, tra cui il figlio quindicenne Lorenzo) e la figlia Micol, di dieci anni, che non vuole mai rimanere indietro. Vengono da Roma. Sono venuti fin qui con una scommessa lanciata dai ragazzi: dimostrare che nel rap e nel freestyle esistono quelle regole su cui, come sosteneva Calvino, può nascere la vera creatività. Non marmellata, ma forma. Non caos, ma libertà conquistata dentro un codice.

E il Muretto, quella sera, risponde.

I cerchi si formano uno dopo l'altro — i cypher — e gli MC si affrontano improvvisando versi e punchline, provocandosi e rispondendosi in rima, in un botta e risposta serratissimo accompagnato da beat rap diffusi da casse portatili. È un rituale quasi magico, in cui il tempo sembra sospeso e la città resta, per qualche ora, fuori del cerchio. Lorenzo e i suoi amici sono lì, dentro quella scena, non più osservatori ma parte di qualcosa. Come raccontano le immagini di Marta Biuso, scattate quella sera, c'è intensità, scambio, relazione.


Dove non ti aspetti Calvino

Tornando alla scommessa: chi avrebbe pensato di trovare le Lezioni americane di Italo Calvino in un cerchio di asfalto, sotto i lampioni di San Babila? Eppure il freestyle le contiene tutte e cinque. Di quello straordinario libro di critica che il suo autore lasciò incompiuto e che venne pubblicato postumo nel 1988, cogliamo questi temi:

La Leggerezza, prima di tutto: non assenza di peso, ma capacità di sollevarsi da esso. I ragazzi che entrano in un cypher lasciano fuori dal cerchio tutto — la scuola, la famiglia, le aspettative, il telefono. Dentro, contano solo le parole. È la stessa leggerezza che Calvino vedeva come condizione necessaria per toccare le cose più pesanti senza esserne schiacciati. Ed è quella leggerezza che permette a questi ragazzi di non restare invisibili.

La Rapidità: velocità del pensiero e della parola devono coincidere. Una pausa di troppo, e la rima cade.

L'Esattezza: la parola giusta, al momento giusto, con il peso giusto. Chi sbaglia perde. Chi centra vince.

La Visibilità: un'arte orale che costruisce immagini. Chi ascolta vede. Chi rima dipinge.

La Molteplicità: ogni cypher è un universo a sé, che contiene tutto e il contrario di tutto, senza contraddirsi mai.

La sesta proposta (la Consistenza) Calvino non fece in tempo a scriverla. Forse perché certi cerchi non si chiudono mai davvero.


Una democrazia meritocratica

Il Muretto è un'istituzione democratica e meritocratica. Non esistono giurie o voti: a decretare il vincitore di un cypher è il pubblico. Chi riesce a ottenere il maggior consenso, attraverso applausi, urla e approvazioni dei presenti, vince la battle e conquista il passaggio al cerchio finale. È una forma di giudizio collettivo e immediato, che valorizza il talento senza mediazioni istituzionali.


Un fenomeno culturale e sociale

Il Muretto non va ridotto a semplice luogo di ritrovo e svago: si tratta di un vero e proprio movimento culturale. In un'epoca in cui molte relazioni passano attraverso uno schermo e molti spazi pubblici hanno perso la loro funzione aggregativa, rappresenta un luogo di incontro faccia a faccia, dove trovano spazio musica, competizione, ma anche paure e aspirazioni condivise. Il free speech del Muretto interpreta la rabbia, dà voce alle contraddizioni del presente e genera un'anarchia lirica che resiste alla catalogazione degli schermi e al livellamento degli algoritmi. Come sosteneva Pasolini, "se non si grida la libertà ridendo, non si grida evviva la libertà": e qui, tra rime e cerchi di asfalto, quella libertà si grida ogni mercoledì.

Quella sera al Muretto è diventata due cose:

La Città di Lalage — un docu-podcast pubblicato su Radio IULM all'interno del progetto Il rap in questione, introdotto da Paolo Giovannetti e Marta Piazza. Un racconto in presa diretta, un'esplorazione che parte da un cerchio di cemento e arriva dove le città crescono in leggerezza. Le puntate 2,3,4,5 contengono La Città di Lalage, di cui è autrice Elisa Davoglio, una delle più importanti voci della poesia italiana contemporanea.

- Il reportage fotografico di Marta Biuso, fotografa e antropologa, che integra questo testo.

Il fenomeno, del resto, non è confinato alla sola Milano: i "Muretti" stanno nascendo in tutta Italia, dimostrando come la cultura Hip Hop possa ancora trasformare spazi urbani anonimi in luoghi vivi e identitari — nuove città di Lalage, quelle che hanno la fortuna di crescere in  Leggerezza. Non più (in)visibili.


Fonti