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December 1, 2017

In IULM un'opera di Pomodoro

“Forse il fatto stesso di non essere milanese di nascita ma di adozione mi rende in un certo senso più cittadino dei cittadini” 

(Gio’ Pomodoro, 1984).

Fondazione IULM, il progetto dell’Ateneo che  si propone come obiettivo quello di mettere al servizio del territorio saperi, esperienze e competenze del mondo accademico e di valorizzare così il rapporto fra ricerca applicata e formazione, si è da poco trasferita nella sua nuova sede in IULM 3: uno spazio impreziosito dall’opera di Gio’ Pomodoro Sulle Finzioni: “bilancia giorni”.

Gio’ Pomodoro, fratello di Arnaldo, è considerato uno fra i più importanti scultori astratti del panorama internazionale del XX secolo e nel 2002, per il suo contributo esemplare alla scultura, fu il primo italiano a ricevere, dall’International Sculpture Center di Washington D.C., il “Lifetime Achievement in Contemporary Sculpture Award”.

Leggi sotto il testo scritto e recitato da Emilio Mazza durante l’inaugurazione della nuova sede di Fondazione IULM dedicato all’opera di Gio' Pomodoro.

“Sulle Finzioni: “bilancia giorni”

Questo pannello di legno, dipinto con tecnica mista, soprattutto con tempera  acrilica, esibisce elementi ricorrenti nell’opera (pittorica) dello scultore Gio’ Pomodoro. Il sole, il 3 e la luna. Il quadrato, la trave e la sfera. Il tempo, la piramide e l’infinito. La bilancia, la scala e il filo a piombo. Arte e geometria, insomma. Geometria a colori: rosso, giallo, blu e bianco. 

Qui non è soltanto il segno che allude allo spazio tridimensionale, come nei grandi acquerelli e ossidi su carta a mano spagnola degli anni Novanta; non è soltanto il colore che trasforma il disegno in un corpo animato che balza fuori dal foglio. Il pannello è in rilievo. Ci sono le ombre. Se dispieghiamo il pannello, sorge il Sole – “La grande fabbrica senza proprietari né lavoratori”, come lo chiamava Gio’. Il Sole con una bilancia.

Se qualcuno mi facesse la domanda ineludibile, lecita, ma non sempre opportuna, soprattutto per chi è costretto a rispondere, “che senso ha, che cosa vuol dire?”, rischierei di essere infantile: in fondo per Eraclito – a Gio’ piaceva Eraclito – il tempo, la vita, è un bambino che gioca e che muove pedine: il regno di un bambino. Risponderei scherzando: “Pomodoro, oro-oro; oro di bilancia ancia-ancia. Quanti giorni sei stato in Francia?”. Perché qui sento echi della lettura di Jules Boucher, lo scrittore, e della sua Simbologia, che Pomodoro ha studiato per le scene del Flauto Magico, rappresentato alla Fenice nel 1980 e diretto da Giorgio Pressburger. È l’anno dell’incontro con i testi di Károly Kerényi su Hermes. E sento echi (Gio’ li chiamava “Sedimenti”) della lettura di Borges e delle sue Finzioni: uno dei libri della Biblioteca di Babele è “un mero labirinto di lettere, ma l’ultima pagina dice Oh tempo le tue piramidi”.

Leggo Bilancia e mi scopro infantile. Presocratico. Diogene Laerzio racconta che secondo Pitagora “non si deve far tracollare la bilancia”, così come è meglio “non pulirsi il sedere con la torcia” (è Laerzio, non Mazza). Se qualcuno avesse qualche perplessità (sono detti simbolici), Laerzio parla chiaro: “non si deve far tracollare la bilancia” vuole dire che “non bisogna trasgredire l’equità e la giustizia”; quanto alla torcia, Laerzio è già più elusivo: “per non  dilungarci troppo, diremo che anche le altre sentenze sono da interpretare in modo analogo”.

La bilancia. Gli scettici, secondo Montaigne, non possono esprimere la loro concezione generale con nessuna forma di parlare. Gli ci vorrebbe un linguaggio nuovo, perché il nostro è tutto fatto soltanto di proposizioni affermative, che gli sono nemiche. Non possono nemmeno dire “dubito”, senza che qualcuno li afferri alla gola, incalzando: “allora, almeno una cosa la sapete e l’affermate: che dubitate”. Così, gli scettici sono costretti a rifiugiarsi nel paragone con la medicina: “Quando enunciamo la frase dubito, diciamo che questa, insieme a tutto il resto, porta anche via se stessa: proprio come il rabarbaro, che espelle se stesso insieme ai cattivi umori”. La posizione scettica, osserva Montaigne, la si può concepire con più sicurezza in forma d’interrogazione: “che ne so?”. Que sais-je? Montaigne fece incidere il motto su una medaglia, insieme a una bilancia con i piatti in equilibrio sospeso. Eppure, i piatti non stanno sempre in equilibrio. Bisogna diventare saggi a proprie spese. Dal momento che la nostra bilancia si rivela spesso inesatta ed ingiusta, come possiamo essere sicuri in un caso più che negli altri?

Così, se qualcuno mi chiedesse ancora: che senso ha, che cosa vuol dire la Bilancia giorni? Per prima cosa risponderei, con il titolo, che si tratta soltanto di Finzioni. Poi, che se c’è una “regione barbarica” dove i bibliotecari ripudiano l’abitudine, “superstiziosa e vana”, di cercare un senso nei libri (Borges la conosce), ci sarà anche una regione, altrettanto barbarica, dove si ripudia l’abitudine di cercare un senso nelle opere d’arte. Infine, con Montaigne, concluderei sintetico: Que sais-je?

E poi, se vi dicessi tutto oggi, non potremmo più organizzare una giornata per parlarne; con Roberto Roby Savioli, lo sportivo, medaglia d’oro al valore atletico, il motonauta campione del mondo, il paracadutista, lo scrittore (gli Spiriti e i Crostacei). È grazie a lui che, oggi, possiamo usare con equilibrio (senza due pesi e due misure) la Bilancia giorni alla Fondazione IULM. 

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