Multiculturalità

Nel corso degli ultimi decenni il numero dei migranti internazionali è più che raddoppiato nel mondo.
Col nuovo millennio i temi emergenti del fenomeno migratorio diventano quelli della sicurezza, della possibilità di integrazione nel contesto occidentale di culture e religioni profondamente diverse. Cambiano, ora, anche i flussi, con la presenza sempre più significativa di donne e famiglie. Emergono nuove nazionalità e si registra il rinforzarsi di comunità (si pensi alla crescente affermazione delle presenze dell’Est europeo).

Nelle tradizionali nazioni di destinazione – Australia, Canada e Stati Uniti – non solo sono cresciute le dimensioni dell’immigrazione, ma è anche mutata la sua composizione: è andata acquisendo importanza la cosiddetta nuova immigrazione, proveniente dall’Asia, dall’America Latina e dall’Africa. Anche i vecchi Paesi europei (Italia compresa) che avevano per molti anni alimentato i flussi migratori, si sono via via trasformati in Paesi di accoglienza. Nel nostro Paese è però solo agli inizi degli anni ’90 che la questione migratoria sembra catturare l’attenzione della politica, delle istituzioni, della ricerca e dei media.

  • È del febbraio 1990 la prima legge quadro sull’immigrazione (la legge 39/90, c.d. legge Martelli) mentre è del 1991 il primo dossier statistico sull’immigrazione della Caritas/Migrantes.
  • Nel 1995 vede la sua prima edizione il rapporto dell’allora Fondazione Cariplo ISMU (oggi Fondazione ISMU), strumento fondamentale per la comprensione del fenomeno migratorio in Italia. Ala fine degli anni ’90 l’Italia, dopo la Germania, la Francia e la Gran Bretagna, è il quarto Paese per numero di stranieri regolarmente soggiornanti.

I primi studiosi in assoluto, negli anni ’80, a occuparsi del fenomeno migratorio che vedeva l’Italia quale Paese di accoglienza sono stati i demografi. Si è poi registrata, tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, una proliferazione di studi sugli immigrati extracomunitari focalizzati essenzialmente sulla condizione degli stranieri in specifiche realtà locali e sull’individuazione di possibili interventi di politica sociale a loro favore. In questi anni i principali promotori della ricerca sono principalmente gli enti locali e gli istituti regionali di ricerca, e con essi organismi di ricerca quali il CNEL, il CENSIS, il LABOS, così come alcune Fondazioni. Da segnalare anche l’iniziativa dei sindacati e di tante organizzazioni di volontariato. Debole, invece, l’attività del mondo accademico.

Oggi, le nuove valutazioni al 1° gennaio 2008 indicano 4.328mila stranieri presenti sul territorio italiano; la componente irregolare è stimata in 651mila unità, con un incremento di circa 300mila unità rispetto alle precedenti valutazioni (Quattordicesimo rapporto sulle Migrazioni, Fondazione ISMU, Milano, Franco Angeli, 2009). Ma la caratteristica che distingue l’Italia quale Paese di immigrazione non è tanto il dato quantitativo, ma la multietnicità del dato, cioè la “polverizzazione” di origini dei migranti. Tali presenze sollecitano nuovi ambiti di studio quali l’inserimento scolastico degli alunni stranieri, il rapporto con le strutture sanitarie e l’accesso ai servizi. Oggi osserviamo l’emergere di altri temi chiave, come ad esempio quelli che tendono a analizzare il ruolo dell’immigrato quale consumatore o quale attore di partecipazione politica.

Resta tuttora relativamente scarsa e debole l’attività di ricerca sulla realtà migratoria condotta dal sistema accademico. A testimoniarlo, la carenza di progettualità interuniversitarie e di studi ampi di carattere nazionale, ma anche la scarsa introduzione a livello universitario di discipline dedicate (come ad esempio sociologia delle migrazioni, psicologia transculturale o medicina delle migrazioni). Da registrare anche un problema relativo alla carenza dei fondi da dedicare a questa area di ricerca, le principali indagini accademiche vedono come ente finanziatore realtà istituzionali locali e fondazioni oppure rientrano in programmi di finanziamento europei.

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